Imparare a camminare dovrebbe diventare materia di studio
per le generazioni più giovani ed un impegno per quelle meno giovani in
un’ottica di riconnettersi con l’ambiente. Chi parla di ambiente,
sostenibilità, risorse naturali, cambiamenti climatici senza aver imparato a
camminare, avrà difficoltà ad entrare nel vivo della materia e non riuscirà a
trasmettere quella sensibilità necessaria per adottare comportamenti più
virtuosi nel proprio stile di vita. Da circa 3 anni percorro ogni mese
mediamente 250-300 km suddivisi tra sentieri appenninici e montani,
camminate in quota dai 1000 ai 3500 metri od oltre, e passeggiate mattutine
lungo parchi, fiumi e coste marine. Da quando mi sono imposto questo ritmo penso
di aver riguadagnato la mia identità ecologica e aver acquisito un miglior
rapporto con la terra che attraverso e le rocce che mi accompagnano nelle
escursioni.
Il camminare con assiduità mi ha portato a riflettere anche
sulla mia collocazione all’interno di questo mondo e a comprendere meglio la
marginalità del nostro essere di fronte alla vastità dei fenomeni naturali e
alla complessità dei cambiamenti climatici e di quelli geologici. Rimango
consapevole che la nostra missione di vivere comprenda anche quella d’imparare
a camminare e, prima lo facciamo, meglio riusciamo a costruire un rapporto di
rispetto con l’ambiente che ci circonda riconsegnando alle generazioni future
il patrimonio naturale che ci era stato trasmesso.
Parafrasando un libro di Pavese potremmo dire che Camminare
stanca, vero ma si tratta solo di un‘impressione, di uno stato mentale e di
mancanza di allenamento. Alla fine potremmo renderci conto che camminare
per giorni -di rifugio in rifugio- è un enorme piacere, appagante,
un’esperienza che ci riporta a contatto con le albe e i tramonti, con i silenzi
e i profumi della natura, con il rumore piacevole delle cascate e dello
scorrere dei fiumi, con il rumore dei ghiacciai nel silenzio della notte, con
la biodiversità delle torbiere, al contatto con gli animali e con i grandi
mammiferi e alla loro fondamentale presenza per ristabilire un equilibrio
naturale.
Già Rifugi, originariamente sorti come tappa di un cammino
di più giorni o di trekking, oggi per lo più utilizzati come punti di arrivo di
una lunga passeggiata o, nei casi peggiori, come epilogo di una strada sterrata
percorsa con il fuoristrada o la moto da cross. Nelle giornate di sole non
mancano le richieste di una sdraio e perché no di un ombrellone, meglio se per
pranzo verranno serviti ravioli alla panna e per dolce il tiramisù,
insomma prodotti tipici delle valli montane!. Ma se le cose stanno così
una ragione ci sarà ed è quella di mancanza di un’educazione
ambientale.
Foto 2 : Rifugio Gastaldi ai piedi della Bessanese (Alpi Graie) sulla cresta che separa la Val d'Ala (Italia) dalla Valle dell'Averole (Francia)
L’ iper-protezione da parte dei genitori nei confronti di
figli e nipoti spesso determina un’assenza di avventura e la possibilità di
fare esperienze di natura come occasione per ricostruire la propria identità
ecologica e porre le basi per nuovi scenari di sostenibilità. La tendenza
a trascorrere minor tempo con l’ambiente naturale e a essere
iperstimolati con messaggi provoca sempre più quello che i medici non esitano a
chiamare Nature Deficit Disorder (NDD) inteso come l’insieme di
disturbi psico-cognitivi , riscontrabile non solo nei bambini ma anche negli
adulti. L’ Associazione Internazionale IUCN – International Union for the
Conservation of Nature - si è spinta oltre ed ha definito l’NDD un modo di
pensare più che una diagnosi medica in cui confluiscono atteggiamenti di
iperattività, incapacità di concentrazione, stati d’insicurezza e fobie in
associazione a patologie fisiche, quali obesità, asma e allergie. Tutto ciò ci
deve portare a riconsiderare l’importanza dell’imparare a camminare e a considerare
cosa ci stiamo perdendo se non lo facciamo.
L’educazione ambientale e una visione più ecocentrica tra
uomo e natura, ci aiuteranno a ritrovare il senso
di appartenenza al nostro pianeta e a creare nuovi modelli di sostenibiltà.
Qui di seguito tre considerazioni sul camminare tratte
da
Imparare a camminare, camminare per imparare: una nuova
prospettiva educativa per riconnettersi con l’ambiente Walk to learn, learn to walk: a new educational
perspective to reconnect with environment di Marco Davide Tonon, Andrea
Caretto e Andrea Gerbaudo - Dipartimento di Scienze della Terra,
Università degli Studi di Torino.
“Il camminare è inteso come un bisogno,
un atto esplorativo, conoscitivo, ludico e creativo da vivere in tutti i suoi
aspetti, fin da bambini, per poter poi apprezzarlo e goderne anche da grandi
(Guerra, 2018). Si tratta di una connessione tra percezione, pensiero e
linguaggio. Infatti, camminare aiuta a pensare, a ragionare, a riflettere in
silenzio e, allo stesso tempo, permette di osservare ciò che ci circonda, di
fare ipotesi su ciò che percepiamo, di essere curiosi e ricercare, in quelle
curiosità, delle risposte (Hanscom, 2017; Zavalloni, 2019)”
“Colui che cammina, infatti, percorrendo
luoghi, incontrando persone e altri esseri viventi, procede lentamente, privo
di protezioni e completamente esposto all’ambiente. Egli adotta una pratica che
presta attenzione alle cose, nella quale le conoscenze si acquisiscono
attraverso l’esperienza del corpo e non dal bisogno concettuale del farlo; ci
si espone rispetto all’essere immunizzati (Ingold, 2017)”
“Secondo Macfarlane “una passeggiata può facilmente diventare una storia, e non c’è sentiero che non abbia qualcosa da raccontare” (Macfarlane, 2020). Un’impronta sul terreno o una particolare formazione geologica diventano motivo di esplorazione, di racconto di un’esperienza o di una storia lontana nel tempo e genera subito conoscenza (Ingold e Vergunst, 2016)”


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