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IMPARARE A CAMMINARE


    Foto 1: Parco Naturale del Marguareis (Italia-Francia)

Imparare a camminare dovrebbe diventare materia di studio per le generazioni più giovani ed un impegno per quelle meno giovani in un’ottica di riconnettersi con l’ambiente. Chi parla di ambiente, sostenibilità, risorse naturali, cambiamenti climatici senza aver imparato a camminare, avrà difficoltà ad entrare nel vivo della materia e non riuscirà a trasmettere quella sensibilità necessaria per adottare comportamenti più virtuosi nel proprio stile di vita. Da circa 3 anni percorro ogni mese mediamente 250-300 km suddivisi tra sentieri appenninici e montani, camminate in quota dai 1000 ai 3500 metri od oltre, e passeggiate mattutine lungo parchi, fiumi e coste marine. Da quando mi sono imposto questo ritmo penso di aver riguadagnato la mia identità ecologica e aver acquisito un miglior rapporto con la terra che attraverso e le rocce che mi accompagnano nelle escursioni.

Il camminare con assiduità mi ha portato a riflettere anche sulla mia collocazione all’interno di questo mondo e a comprendere meglio la marginalità del nostro essere di fronte alla vastità dei fenomeni naturali e alla complessità dei cambiamenti climatici e di quelli geologici. Rimango consapevole che la nostra missione di vivere comprenda anche quella d’imparare a camminare e, prima lo facciamo, meglio riusciamo a costruire un rapporto di rispetto con l’ambiente che ci circonda riconsegnando alle generazioni future il patrimonio naturale che ci era stato trasmesso.

Parafrasando un libro di Pavese potremmo dire che Camminare stanca, vero ma si tratta solo di un‘impressione, di uno stato mentale e di mancanza di allenamento.  Alla fine potremmo renderci conto che camminare per giorni  -di rifugio in rifugio- è un enorme piacere, appagante, un’esperienza che ci riporta a contatto con le albe e i tramonti, con i silenzi e i profumi della natura, con il rumore piacevole delle cascate e dello scorrere dei fiumi, con il rumore dei ghiacciai nel silenzio della notte, con la biodiversità delle torbiere, al contatto con gli animali e con i grandi mammiferi e alla loro fondamentale presenza per ristabilire un equilibrio naturale. 

Già Rifugi, originariamente sorti come tappa di un cammino di più giorni o di trekking, oggi per lo più utilizzati come punti di arrivo di una lunga passeggiata o, nei casi peggiori, come epilogo di una strada sterrata percorsa con il fuoristrada o la moto da cross. Nelle giornate di sole non mancano le richieste di una sdraio e perché no di un ombrellone, meglio se per pranzo verranno serviti ravioli alla panna e per dolce il tiramisù,  insomma prodotti tipici delle valli montane!. Ma se le cose stanno così una ragione ci sarà ed è quella di mancanza di un’educazione ambientale.

        
            Foto 2 : Rifugio Gastaldi ai piedi della Bessanese (Alpi Graie) sulla cresta che separa la Val d'Ala                            (Italia) dalla Valle dell'Averole (Francia)                   

L’ iper-protezione da parte dei genitori nei confronti di figli e nipoti spesso determina un’assenza di avventura e la possibilità di fare esperienze di natura come occasione per ricostruire la propria identità ecologica e porre le basi per nuovi scenari di sostenibilità. La tendenza a trascorrere minor tempo con l’ambiente naturale  e a essere iperstimolati con messaggi provoca sempre più quello che i medici non esitano a chiamare Nature Deficit Disorder (NDD) inteso come l’insieme di disturbi psico-cognitivi , riscontrabile non solo nei bambini ma anche negli adulti. L’ Associazione Internazionale IUCN – International Union for the Conservation of Nature - si è spinta oltre ed ha definito l’NDD un modo di pensare più che una diagnosi medica in cui confluiscono atteggiamenti di iperattività, incapacità di concentrazione, stati d’insicurezza e fobie in associazione a patologie fisiche, quali obesità, asma e allergie. Tutto ciò ci deve portare a riconsiderare l’importanza dell’imparare a camminare e a considerare cosa ci stiamo perdendo se non lo facciamo.

L’educazione ambientale e una visione più ecocentrica tra uomo e natura, ci aiuteranno a ritrovare il senso di appartenenza al nostro pianeta e a creare nuovi modelli di sostenibiltà.

Qui di seguito tre considerazioni sul camminare tratte da  

Imparare a camminare, camminare per imparare: una nuova prospettiva educativa per riconnettersi con l’ambiente  Walk to learn, learn to walk: a new educational perspective to reconnect with environment  di Marco Davide Tonon, Andrea Caretto e  Andrea Gerbaudo - Dipartimento di Scienze della Terra, Università degli Studi di Torino.

 

“Il camminare è inteso come un bisogno, un atto esplorativo, conoscitivo, ludico e creativo da vivere in tutti i suoi aspetti, fin da bambini, per poter poi apprezzarlo e goderne anche da grandi (Guerra, 2018). Si tratta di una connessione tra percezione, pensiero e linguaggio. Infatti, camminare aiuta a pensare, a ragionare, a riflettere in silenzio e, allo stesso tempo, permette di osservare ciò che ci circonda, di fare ipotesi su ciò che percepiamo, di essere curiosi e ricercare, in quelle curiosità, delle risposte (Hanscom, 2017; Zavalloni, 2019)”

 

“Colui che cammina, infatti, percorrendo luoghi, incontrando persone e altri esseri viventi, procede lentamente, privo di protezioni e completamente esposto all’ambiente. Egli adotta una pratica che presta attenzione alle cose, nella quale le conoscenze si acquisiscono attraverso l’esperienza del corpo e non dal bisogno concettuale del farlo; ci si espone rispetto all’essere immunizzati (Ingold, 2017)”

 

“Secondo Macfarlane “una passeggiata può facilmente diventare una storia, e non c’è sentiero che non abbia qualcosa da raccontare” (Macfarlane, 2020). Un’impronta sul terreno o una particolare formazione geologica diventano motivo di esplorazione, di racconto di un’esperienza o di una storia lontana nel tempo e genera subito conoscenza (Ingold e Vergunst, 2016)” 

 

IL PARADOSSO DELL'ORO

 

Foto 1: Miniera a cielo aperto in Canada

L’oro viene considerato un metallo prezioso e un bene rifugio ma forse non tutti sanno che il 60% delle quantità estratte viene utilizzata per produrre gioielli e il 15% per produrre lingotti e monete da destinare alle riserve delle Banche Centrali. La parte restante viene impiegata per la realizzazione di componenti elettronici e componenti per il settore medicale.

Il recente cambio di rotta da parte della Banca Centrale Cinese, che ha privilegiato gli investimenti in oro anziché in titoli pubblici americani con un switch valutato in circa 1200 miliardi di dollari, ha avuto un effetto di non poco conto sul prezzo di questo metallo. Negli ultimi 5 anni l’oro ha incrementato il proprio valore di oltre il 75% di cui circa il 18% imputabile al solo 2024. Il prezzo all’oncia dell’oro risulta attualmente pari a 2.280 euro ovvero a circa 73 euro al grammo. I rischi geopolitici e gli attacchi hacker (Crowdstrike) sui sistemi informatici hanno anch’essi avuto un peso determinante sull’andamento delle quotazioni.


Foto 2: Quotazioni dell'oro  gennaio-luglio 2024 - Fonte : Bloomberg  Dati 21 luglio 2024


Il paradosso dell'oro sta nel fatto che l’incremento significativo di valore generato da questo metallo e destinato per la gran parte ad un mercato economicamente agiato, non si sia tradotto - se non in minima parte - in un miglioramento delle tecnologie volte a ridurre gli effetti devastanti procurati dall’estrazione dell’oro sull’ambiente e sulla salute dei minatori.

Il richiamo fatto dal Papa nel corso della recente visita in Papua - Nuova Guinea di porre maggiore attenzione al problema dello sfruttamento delle risorse naturali facendone partecipi le popolazioni locali non ha trovato il giusto eco e questo non può che rafforzare il concetto che l’oro sia un bene che luccica per pochi a prescindere dall’ubicazione delle miniere.

In Nuova Guinea-Papua esiste la terza miniera d’oro più grande al mondo posta ad oltre 4.000 metri di altitudine e che impiega più di 20.000 minatori: Grasberg. Ma la Nuova Guinea detiene anche altri tristi primati, tra cui quello di paese con un tasso di mortalità infantile al 63%, di HIV dilagante e di stato più povero dell’Oceania.

Negli anni ’90 per via dei bassi salari e danni ambientali provocati dalla miniera di rame a Panguna -Bougainville sempre ella Nuova Guinea, scoppiò una guerra civile durata dieci anni e ritenuta la più sanguinosa nell’area dopo la Seconda guerra mondiale. La guerra si concluse con la morte di 20.000 persone, l’indipendenza dell’isola e l’abbandono da parte del gruppo anglosassone proprietario della miniera di Panguna, senza che quest’ultimo provvedesse alla sistemazione dei danni ambientali tra i quali vale la pena citare i milioni di tonnellate di composti inorganici che hanno compromesso le falde acquifere e che si sono riversati sui due fiumi principali.

               Foto 3 : La Miniera di Panguna che ha scatenato la Guerra Civile a Bougainville  in Nuova Guinea 


La domanda che ci si dovrebbe porre è perché prima di comprare un monile d’oro non proviamo a chiederci cosa ci sia dietro quell’oggetto. Per realizzare una sola fede nuziale vengono frantumate 3 tonnellate di roccia e utilizzati circa 50 g di mercurio...!!!

In base ai dati forniti da Fairtrade si calcola che ci siano oltre 10 milioni di minatori nel mondo dediti all’estrazione dell’oro che vivono in prossimità dei siti in condizioni precarie e che oltre 1 milione di essi siano bambini. Già perché la corsa all’oro ha creato il fenomeno delle miniere illegali di cui la Burkina -Faso, il Perù ed il Brasile sono gli esempi più eclatanti. Nella sola Burkina Faso in base ai dati forniti dall’ILO pare siano impiegati più di 600.000 bambini nella ricerca dell’oro.

Ma come interferisce l’oro sulla salute delle persone e sull’ambiente?

L’estrazione dell’oro avviene principalmente attraverso la frantumazione di roccia dura in aree a cielo aperto o in tunnel sotterranei. I giacimenti a cielo aperto rappresentano la modalità più diffusa tra i grandi gruppi minerari e costituiscono un vero disastro da un punto di vista ambientale. Basti pensare che occorrono in media 100 tonnellate di roccia per avere 1 sola oncia d’oro (31 grammi) e che per separare la roccia dal metallo occorre riversare sul materiale triturato grandi quantità di soluzione di cianuro. Nonostante l’ubicazione in zone isolate, le grandi miniere d’oro costituiscono una seria minaccia per gli ecosistemi con effetti che vanno dal disboscamento all’inquinamento compromettendo ogni forma di vita. Non esiste inoltre una seria politica per chiudere i terreni cavati ed evitare la dispersione nell’aria dei composti chimici utilizzati.

Difficile non ricordare quanto avvenne il 30 gennaio del 2000 con il crollo a Baia Mare (Romania) della discarica mineraria di Aurul.  A causa dell’evento si ruppe una diga con riversamento di 100.000 metri cubi di fanghi, contenente cianuro, nel Tibisco, un affluente del Danubio. Per 300 chilometri ogni forma di vita nel fiume fu distrutta. 

L’estrazione dell’oro nelle cosiddette miniere illegali rappresenta oggi circa il 25% di tutto l’oro estratto, oro che viene acquistato – al termine di diversi passaggi - dai grandi trader. Tra le miniere illegali vi sono anche quelle dei garimpeiros, al confine tra il Brasile e la Guyana Francese, che lavorano immersi nel fango fino alle ginocchia. Viene aspirata l’acqua dalle pozze lungo il fiume attraverso pompe e lavata la terra con getti d’acqua ad alta pressione; la miscela d’acqua, fango e oro viene convogliata su uno scivolo di legno rivestito da un tappeto. In queste miniere non esiste un controllo circa la quantità di mercurio utilizzata per creare l’amalgama che consente all’oro di unirsi dapprima al mercurio e successivamente separarsi con un processo di riscaldamento che vaporizza il mercurio stesso. Il mercurio ha la caratteristica di non biodegradarsi e quindi, precipitando, di depositarsi sulla terra, sui prodotti agricoli, sull’acqua e infine nei pesci. In base alla rivista Nature, l’estrazione dell’oro è responsabile di un terzo di tutta la dispersione del mercurio nell’ambiente. Il mercurio ritarda inoltre l’attività microbiologica dei suoli.

L’inalazione o anche il solo contatto fisico con il mercurio ha un impatto negativo sul sistema nervoso e immunitario delle persone e può risultare letale. Un mezzo comune per essere infettati è mangiare il pesce contaminato in particolare il tonno, il pesce spada ed il merluzzo.

Un terzo metodo di estrazione è legato a quello di altri minerali in cui l’oro rappresenta un materiale secondario. Un esempio è la miniera di Grasberg dove lo scopo principale è l’estrazione del rame e in cui le quantità di oro sono così significative da rendere secondaria l’importanza del rame dal punto di vista economico.

Quale comportamento sostenibile possiamo adottare nei confronti dell’oro?

Se riteniamo che l’oro sia proprio indispensabile, quando acquistiamo un monile verifichiamone la provenienza e acquistiamo solo ORO ETICO. Se riporta il marchio Fairtrade significa che proviene da miniere autorizzate e i cui diritti di estrazione vanno in parte ai minatori con un controllo diretto sulle quantità di mercurio utilizzate e disperse nell’ambiente. Valga per tutti l’esempio di Limata in Perù in cui il coinvolgimento delle cooperative ha sensibilizzato i lavoratori a migliorare le loro condizioni e quelle dei sistemi di sicurezza. Si tratta non solo di aumentare la sensibilità verso gli aspetti ambientali ma di ridare la dignità al lavoro di minatore.

Nel 2005 alcune organizzazioni ambientaliste diedero il via al movimento NO DIRTY GOLD (no all’oro sporco)  e molti operatori nel settore della vendita dei gioielli si schierarono al loro fianco. Tra di essi fece notizia Tiffany, nota gioielleria di New York, i cui dirigenti furono tra i primi a sposare le cause del movimento  e tuttora vi aderiscono affinché un prodotto elegante non possa essere sporcato da una brutta storia alle spalle. E in Italia come siamo messi? Quali noti gioiellieri e/o produttori hanno deciso di fare altrettanto?

L’augurio è che presto si arrivi allo Chartreuse ovvero a un punto in cui l’Oro (giallo) possa sposarsi anche con l’Ambiente (verde). Sarebbe logico stabilire che una % delle variazioni in aumento  dell’oro si traducesse in miglioramenti nella tecnologie di estrazione.

 Fonti:  

Ø      United Nation and Environment Program (Unep)

Ø      Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL)  

Ø      Mongabay - Giornalismo Ambientale Indipendente

Ø      Fairtrade – Oro etico

 

 

Il brano musicale che ho scelto per questo blog è quello di Neil Young – Mother Earth, tratto dall’album Ragged Glory (1990) di Neil Young & Crazy Horse. Ecco il link su you tube

Mother Earth by Neil Young

 

                                               Foto 4: Neil Young in concerto

Neil Young è il cantante canadese che nel 1979 affermava che “Rock'n'roll can never die" ovvero che il rock'n'roll non può morire ed è un detto che ancora oggi continua a ripetere. Possiamo considerare Neil come tra i cantanti rock più eclettici e rappresentativi della sua epoca, in cui i suoi brani musicali hanno toccato quasi tutti i sottogeneri dal folk al blues all’hard rock e, che più di altri, porta sul volto ed esprime nelle sue canzoni la storia del movimento rock con tutti i suoi momenti di gloria, le contraddizioni, l’utopia hippy, gli abissi creati dalla droga, le battaglie per i diritti civili e quella volontà di cambiare il mondo. Rispetto ad altri, Neil ha avuto la capacità di rigenerarsi e di mettersi sempre alla prova.

Non a torto, può essere considerato il cantante più ecologista di quelli appartenenti al movimento rock con numerosi brani dedicati all’ambiente. Mother earth, in particolare, sembra incitare a non lasciare che le cose nell’ambiente continuino ad andare così oppure “ci giocheremo il futuro dei nostri figli”. La critica è molto dura nei confronti degli uomini di potere che tendono a modificare le cose sempre a loro piacimento e che non smettono di sfruttare le risorse naturali senza controllo e non curanti del futuro.

 

Oh, Mother Earth with your fields of green
Once more laid down by the hungry hand
How long can you give and not receive
And feed this world ruled by greed
And feed this world ruled by greed

Oh, ball of fire in the summer sky
Your healing light, your parade of days
Are they betrayed by the men of power
Who hold this world in their changing hands
They hold the world in their changing hands

Oh, freedom land, can you let this go
Down to the streets where the numbers grow
Respect Mother Earth and her giving ways
Or trade away our children's days
Or trade away our children's days

Respect Mother Earth and her giving ways
Or tra
de away our children's days

 

Oh, Madre Terra con i tuoi campi verdi
Messi giù ancora una volta dalla mano affamata
Per quanto tempo potrai dare e non ricevere
E sfamare questo mondo governato dall'avidità?
E sfamare questo mondo governato dall'avidità?

Oh, palla di fuoco nel cielo d'estate
La tua luce miracolosa, il tuo scorrere dei giorni
Sono traditi dagli uomini di potere
Che detengono questo mondo con mani sempre diverse?
Loro detengono il mondo con mani sempre diverse

Oh, terra della libertà, puoi lasciare che vada così?
Giù nelle strade dove i numeri crescono
Rispetta Madre Terra e i modi in cui dona
O ci giocheremo il futuro dei nostri figli
O ci giocheremo il futuro dei nostri figli

Rispetta Madre Terra e i modi in cui dona
O ci giocheremo il futuro dei nostri figli











MUSICA ROCK E AMBIENTE

 

Foto 1: Deep Purple in concerto live al Kilburn State Gaumont in London (22 maggio 1974)


Tra le modalità di realizzazione di questo blog si è indicata la possibilità di abbinare ad ogni articolo un brano di musica rock. La domanda che viene naturale porsi è quanto la musica rock si sia in realtà occupata di ambiente.

Andiamo per gradi….

Come ‘boomer ho vissuto intensamente i cambiamenti sociali e la musica che hanno riguardato il periodo dal ’69 al ’78-‘80. La musica preferita includeva LP dei Deep Purple, Pink Floyd, Creedence Clearwater, Uriah Heep, Led Zeppelin, Genesis, Jethro Tull, Procol Harum, New Trolls, Eagles, Premiata Forneria Marconi, Le Orme, Fleetwood Mac per citare i più rilevanti. Cantautori come De ’Andre, Guccini e la Giannini hanno avuto anch’essi un posto d’onore nelle mie scelte senza tralasciare i mitici Battisti, Formula Tre, Vasco, Dalla ed altri ancora. Erano gli anni in cui in Europa le manifestazioni studentesche si univano a quelle dei lavoratori e in cui si respirava la necessità di cambiamento.

La musica rock nasce negli Stati Uniti all’incirca negli anni ‘50 e prende avvio da musiche quali il blues, il folk ed il Jazz. A partire dagli anni ’60, si contraddistingue per la presenza di tre elementi: chitarra elettrica, basso elettrico e batteria.  Numerosi sottogeneri si susseguono e coesistono per gran parte del periodo e tra di essi vale la pena citare il blues rock, il country rock, il rock psichedelico, il rock progressivo, il jazz rock, il roots rock, il glam rock, l’hard e il soft rock e l’heavy metal. Importante il contributo del punk rock a partire dagli anni ’70 e quelli del rock alternative, il grunge e l’indie rock.   Difficile individuare tra le band più note, band puriste che abbiano mantenuto lo stesso sottogenere nell’arco di tempo che le ha viste sulla scena.   Contestualmente o quasi si assiste alla nascita di controculture anticonformiste e anticonsumistiche che assumono lo stesso nome dei sottogeneri rock, accompagnando importanti cambiamenti sociali. A partire dai primi anni 2000, per la musica rock si avvia un lento declino che si prolungherà sino al 2010 quando l’hip hop prenderà il sopravvento diventando il genere più diffuso. Più avanti l’hip hop verrà a sua volta soppiantato da altri generi musicali.

Il punto che ci interessa affrontare è se in quegli anni l’Ambiente rientrasse tra i temi sociali d’interesse per la musica Rock. 

Il mio giudizio personale al riguardo è abbastanza netto: solo marginalmente, non costituendo una priorità. I temi sociali più scottanti erano rappresentati dall’autoritarismo e dallo scontro generazionale, dalla guerra fredda e invasione degli Usa in Vietnam, dalle tematiche sessuali e dalla parità nei diritti civili (uomini di colore/bianchi, donne/uomini) e dal miglioramento delle condizioni lavorative. Non c’era tempo per dedicarsi all’ambiente se non marginalmente. 

Eppure, i cambiamenti climatici e i disastri erano cominciati da tempo. Basti pensare che in Italia, in città come Torino e Milano, negli anni ’70 i livelli di biossido di zolfo e monossido di piombo erano di 50/100 volte superiori a quelli attuali. In quegli anni si verificano il disastro del Vajont (1963), le alluvioni di Firenze e Venezia, (1966) e l’alluvione in Piemonte (1968). In tema d’incendi in Calabria tra gli anni ‘70 e ‘80 si assiste alla desertificazione e disboscamento di gran parte del territorio montano nonostante la presenza di un corpo forestale di circa 10.000 unità. E si, in quegli anni, con 1 forestale ogni 190 abitanti, la Calabria vantava il primato mondiale regionale per numero di addetti alla tutela degli incendi mentre il povero Canada disponeva di 1 solo Ranger ogni 7.800 abitanti!!!!  I temi, quindi, non mancavano ma forse v’era una sottovalutazione degli impatti degli effetti climatici sulle differenze sociali.

A partire dagli anni ’80 con le grandi carestie in Africa (Sahel con oltre 1 milione di morti), le rivolte nel Bangladesh e le sue catastrofiche conseguenze e gli incidenti in alcune centrali nucleari (Chernobyl -1986) l’Ambiente comincia a destare una maggiore attenzione da parte dei gruppi rock e alcuni cantanti si impegnano attivamente dando il loro contributo musicale. Spesso l’attenzione si concentra sulla tematica del cemento e sul rischio di una catastrofe nucleare, nondimeno mancano esempi allargati ad altri campi quali la contaminazione dell’acqua e gli incendi. Negli anni successivi l’Ambiente viene trattato con una certa discontinuità, non si riesce a creare un comun denominatore tra gruppi musicali tale da poter far assumere all’ Ambiente un ruolo significativo.

Premesso questo potremmo allora chiederci quale sia il senso di accostare alla tematica ambientale la musica rock.

La risposta è nelle finalità del blog stesso, inteso come un esperimento e una proposta affinché la musica possa costituire uno strumento potente per trasmettere messaggi anche in campo ambientale portando tutte le generazioni a mettere in pratica comportamenti che ne preservino quanto meno l’attuale stato. La speranza è che quello che fu l’allora effetto rock sulle tematiche sociali possa essere ripetuto evitando di cadere nella comoda trappola del conformismo dove un uomo od uno stato possano stabilire cosa è giusto e cosa è sbagliato o, peggio ancora, più paesi decidano di omologarsi agli interessi/volontà di alcuni a prescindere dal reale pensiero delle popolazioni.

Gli abbinamenti musicali proposti sono frutto di uno studio accurato e in alcuni casi si attinge ad opere più recenti di solisti di ex-gruppi rock. L’augurio è che la proposta possa costituire anche da stimolo per tutti coloro che si definiscono appassionati/conoscitori di tale genere musicale affinché diventino parte attiva di quello che in fondo può definirsi un progetto innovativo di educazione ambientale. Commenti e collaborazioni sono benvenute, vi invito a scrivermi. Grazie!

Concludo suggerendo in abbinamento un brano musicale recente (ottobre ’23) quello di Atomic City degli U2, lanciato alla Sphere, un’arena a forma di planetario, in Nevada. Il brano musicale è il racconto iperbolico della Città di Las Vegas, a cui era stato attribuito il nome di città atomica per via dei numerosi test avvenuti a partire dagli anni ’50 e di cui rimane memorabile la foto del ’57 a Frenchman  Flat  dove un gruppo di 200 reporter assiste ad un’esplosione nucleare ad una distanza di 20 km. Nel 1963, dopo ben 900 test, il governo americano decise di fermare gli esperimenti in Nevada ma migliaia di persone risultarono esposte alle radiazioni e, solo trent’anni dopo, furono riconosciuti i primi risarcimenti per i tumori.

Foto 2 : Test Nucleari nel Nevada  Anni '60

Il paradosso è che all’epoca i test nucleari diventarono occasione di attrazione turistica con alberghi che avevano creato l’Atomic Cocktail con tour/serate per assistere alle esplosioni, Autorevoli quotidiani sostenevano d’altra parte che “il fallout non comportava pericolo”.  Erano gli anni in cui per contro i padri raccomandavano ai figli di non alzare la terra per paura di rimaner contaminati.

In tal senso a prescindere dalla canzone più o meno bella e dalla musica che sembra richiamare in alcune parti altre canzoni, di per sé il brano e i suoi riferimenti possono rappresentare un tentativo di “atomic song for everyone”, in cui l’energia prodotta dai test nucleari può essere riutilizzata per nuovi progetti di rinascita come luogo di libertà per underdog e perdenti, per angeli che hanno smesso di volare, per credenti e scettici. Un luogo dove si può ancora sognare “e ….

And if your dreams don’t scare you, they’re not big enough.

(se I tuoi sogni non ti spaventano, vuol dire che non sono abbastanza grandi)

 

La rivista Rolling Stones interpreta la scelta di Bono per Las Vegas indicando…che ha trasformato l’Oppenheimer’s deadly toy in un’attrazione turistica come il posto ideale per chi ha fame di vita. Gli isotopi radioattivi non decadono col tempo, ma diventano magicamente una forza benefica in un ribaltamento di prospettiva. Canta che è pronto a gettarsi nella mischia, che scommette sul futuro, che la “libertà è contagiosa”, che “l’amore è Dio e Dio è amore” Solo uno come Bono poteva andare a cercare amore e vita là dove la Guerra Fredda ha creato sofferenza, lì fra le radiazioni di Atomic City. (“La storia di ‘Atomic City’ degli U2 è una bomba (nucleare)”) Clicca qui sotto x vedere il video degli U2 su Youtube

Buon ascolto!

Atomic City by U2



VESTIAMOCI CON L' ORTICA

 

 

     
Foto 1: Magliette tecniche x Maratona e x Biking

Esiste un’esigenza che tutti gli sportivi conoscono bene: la traspirazione del tessuto che si indossa. Chi fa trekking, hiking, biking, running sa bene che uno dei problemi principali nello svolgere l’attività sportiva è quello di evitare che la sudorazione e gli sbalzi di temperatura dovuti anche alla sola fermata o ad un cambio improvviso di clima, possano influire negativamente sul proprio corpo non solo in termini di prestazioni ma soprattutto in termini salutistici.

 

I materiali oggi utilizzati e, in primis, le ben conosciute magliette tecniche vengono incontro a questo, consentendo di rimanere asciutti e avere una gestione ottimale del sudore e della temperatura corporea Il sudore, grazie a questi materiali, viene infatti disperso all’esterno senza compromettere il calore corporeo. Per contro altri materiali, quali il cotone, assorbono si l’umidità ma la mantengono all’interno creando un eccessivo raffreddamento del corpo ed esponendo le vie aeree ad attacchi di virus e microbi. Tutti i materiali tecnici hanno due importanti parametri di riferimento determinanti nel prezzo finale del prodotto: quello legato alla resistenza termica e quello legato alla resistenza all’evaporazione.

 

I materiali tecnici presentano tuttavia un altro problema, sono realizzati in genere con materiali inquinanti, tra cui il nylon. Il nylon crea ossido di azoto, un gas il cui effetto serra è di almeno 300 volte superiore all’anidride carbonica. Le soluzioni miste, esempio nylon e cotone, mitigano solo in parte questi effetti inquinanti.

 

Ma oggi una soluzione forse c’è ed è l’ORTICA. Con l’Ortica si può realizzare il materiale tecnico del futuro per sportivi e non.


 


Foto 2: Ortica Bianca Himalayana

 

Da alcune tipologie di ortica, esempio l’Ortica Bianca Himalayana o Urtica ferox o ancora la nostra più comune Urtica urens si possono estrarre filati totalmente traspiranti e sostenibili. E lo possono essere per due buone ragioni, una perché l’ortica viene definita da alcuni, e non a torto, come un materiale tecnico vegano, l’altra perché le coltivazioni di ortica non richiedono pesticidi o diserbanti per la crescita. Inoltre, per svilupparsi l’ortica ha bisogno della copertura di alberi più alti ed in tal senso, diversamente da quanto accade per altre coltivazioni, costituisce un deterrente per il disboscamento. Le radici conferiscono infine stabilità al suolo.

Lo sapevano bene i soldati romani che percorrevano in media 30 km al giorno e i soldati napoleonici che utilizzavano fibra di ortica per propri vestiti. Prima di loro i cinesi e le popolazioni dell’Himalaya erano abituali coltivatori di ortica bianca ed al contempo utilizzatori.  In epoche più recenti, l’ortica venne abbandonata per lasciar spazio ai nuovi tessuti quali il cotone, il lino e la lana. Durante la Prima e Seconda guerra mondiale, la scarsità dei nuovi tessuti aveva indotto a riscoprire l’ortica come materiale termico ideale. Ancora una volta le prime applicazioni vennero adottate in campo militare con i prodotti realizzati per i paracadutisti.

Vero è che i costi di estrazione erano stati a suo tempo ragione di stop alla sua diffusione, ma potremmo porci la domanda di come sia oggi possibile affinare i processi per l’estrazione delle materie rare (REE), e non farlo per una materia così abbondante in natura e che non necessita di particolari cure per la crescita.  E tutte le ricerche effettuate per anni su questo materiale con i fondi europei che fine hanno fatto?

 

Ulteriori applicazioni biologiche e sostenibili dell’ortica potrebbero realizzarsi con la produzione di sacchetti di carta e di cordami.

Forse sarà la volta buona che la finiremo con i sacchetti di plastica che ci propinano ogni giorno al supermercato. Impariamo a non stare in silenzio ed opponiamo atteggiamenti concreti in favore dell’ambiente a partire dalle piccole cose che tutti possiamo fare. Proviamo a rinunciare per una settimana, ad esempio, ad acquistare bottiglie e sacchetti di plastica e calcoliamo che risparmio potremmo avere in termini di pattume. Moltiplichiamo il tutto per circa 1 miliardo di persone che sono quelle che - rispetto agli 8 miliardi di popolazione complessiva - condizionano la situazione ambientale del nostro pianeta (!) e vedrete che risparmio di plastica potremmo ottenere!!!!!!

 

Dall’8 al 10 giugno 2024 si è tenuta la Rome Fashion Week ed un’azienda italiana è venuta alla ribalta proponendo una sfilata di capi fatti in tessuto d’ortica, destando notevole interesse Mi auguro che la stessa cosa si ripeta a Parigi a fine settembre/ottobre e che in futuro la produzione sia rivolta non solo ai capi d’abbigliamento ma anche al campo tecnico. Nel contempo i miei migliori auguri affinché un’azienda coraggiosa e sostenibile veda premiati i propri sforzi per lanciare prodotti innovativi ed ottenga i meritati riconoscimenti.

Il brano musicale che ho scelto in questo caso, da una sonorità più pop che rock, è quello recente del singolo di Piero Pelu’ “Picnic all’inferno” dedicato alla svedese Greta Thumberg e in omaggio a tutti coloro che si adoperano per l’ambiente. Clicca qui sotto per vedere il video musicale:


 

 

“You are never too small to make a difference” - “Tu non sei mai troppo piccolo per fare la differenza”

                    






 





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